Il Piercing secondo Wikipedia

Piercing o body piercing (dall’inglese to pierce, “perforare”) indica la pratica di forare alcune parti superficiali del corpo allo scopo di introdurre oggetti in metallo (talvolta ornati con pietre preziose), osso, pietra o altro materiale, quale ornamento o pratica rituale. Sono soggette a questa pratica soprattutto zone del corpo quali: lobo dell’orecchio, sopracciglio, narice e setto nasale, labbro, lingua, capezzolo, ombelico e organi genitali (glande, prepuzio e scroto nell’uomo; piccole e grandi labbra, prepuzio clitorideo e Monte di Venere nella donna).

I motivi che spingono a tale pratica possono essere i più vari e possono includere: religione, spiritualità, tradizione, moda, erotismo, conformismo o identificazione con una sottocultura. Il termine viene talvolta utilizzato impropriamente anche per definire la pratica del play piercing o needle play o “piercing temporaneo”, che consiste nel forare parti del corpo temporaneamente, in connessione a pratiche BDSM o rituali/religiose, così come in uso, ad esempio, presso gli Aztechi.

La Storia del Piercing

Il piercing ha origini antiche o preistoriche. Lo scopo principale era quello di distinguere i ruoli assunti da ogni membro all’interno della tribù, al fine di regolare i rapporti tra i vari individui sia nel quotidiano che durante le cerimonie, rendendo immediatamente palese tutta una serie di informazioni sull’individuo e al suo rapporto con il gruppo di appartenenza. Molte sono le “storie del piercing” che circolano su Internet riguardo alle presunte origini di ogni singolo tipo di piercing, in qualche caso si tratta di origini fantasiose, dovute all’immaginazione del solo Doug Malloy, pioniere del piercing moderno.

Il Piercing all’Orecchio

La perforazione del lobo, o meno frequentemente della cartilagine, dell’orecchio è stata praticata fin da tempi antichi, in particolare nelle culture tribali. Sembra infatti che nelle tribù antiche, credendo che il metallo fermasse gli spiriti malvagi, perforassero le orecchie cosicché tali spiriti non potessero entrare nel corpo attraverso le orecchie.

La pratica della perforazione del lobo è stata riscontrata spesso in corpi mummificati, compresa la più antica mummia mai scoperta finora, la mummia del Similaun, ritrovata nel 1991 nel ghiacciaio di Similaun sulle Alpi Venoste. Ötzi, così è stata soprannominata la mummia, oltre a numerosi tatuaggi, aveva un foro all’orecchio di 7,11 mm di diametro.

La perforazione delle orecchie negli uomini è molto comune nelle culture tribali fino al giorno d’oggi. Ad esempio nel Borneo la perforazione delle orecchie viene fatta ai ragazzi come rito di passaggio: la madre perfora un orecchio e il padre perfora l’altro, ciò simboleggia la dipendenza del figlio dai suoi genitori.

Gli orecchini compaiono anche nella Bibbia, dove vengono indossati da entrambi i sessi. Nel Libro dell’Esodo 32, Aronne fonde gli orecchini per farne il vitello d’oro. Il Deuteronomio 15:12-17 dispone la perforazione dell’orecchio per lo schiavo che sceglie di non venire liberato.

Sotto parte dell’Impero Romano, gli orecchini erano molto più comuni tra gli uomini che tra le donne, essendo stato introdotto l’uso da Giulio Cesare.

Presso gli Aztechi i lobi delle orecchie venivano dilatati per piacere estetico o come segno di appartenenza a una determinata tribù.

In età elisabettiana l’orecchino era uno status symbol prettamente maschile, indossato da personaggi del calibro di Shakespeare, Sir Walter Raleigh, e Francis Drake.

I marinai di un tempo credevano che forare il lobo acuisse la vista, così da poter ottenere il posto di vedetta, che era fra i più ambiti. I marinai portavano orecchini d’oro, cosicché, se fossero morti in mare e il loro corpo fosse stato trascinato a riva dalla corrente, con essi si sarebbe potuta pagare una sepoltura cristiana: il loro spirito, altrimenti, avrebbe vagato inquieto per l’eternità. Pare inoltre che i marinai che accettavano rapporti omosessuali comunicassero la loro disponibilità al resto della ciurma portando l’orecchino, a differenza di tutti gli altri, al lobo destro.

Il Piercing al Naso

Nei Veda, i più antichi libri sacri indiani, si trova un riferimento ai lobi e al naso forati della dea Lakshmi.

Nel libro della Genesi 24:22, il servo di Abramo dona a Rebecca, moglie di Isacco, un gioiello per il naso d’oro del peso di circa mezzo siclo. Il termine ebraico Nezem, che appare in questo passaggio della Bibbia, significa “anello per il naso” nel moderno ebraico, ma nell’antico ebraico significa anche “orecchino”, da alcuni passi successivi si capisce chiaramente che si tratta di un anello per il naso.

La perforazione della narice è comune tra le tribù nomadi del Medioriente fin dai tempi della Bibbia, ed è storicamente comune in India. Le donne indiane in età fertile, indossano un anello al naso, solitamente alla narice sinistra, poiché la narice è associata con gli organi riproduttivi femminili nella medicina ayurvedica.

Presso molte tribù di nativi americani la perforazione del setto nasale è un marchio dello status maschile. Ad esempio a questa usanza deve il proprio nome la tribù dei Nez Percé (letteralmente “Nasi Forati”).

La pratica è comune anche tra i guerrieri delle tribù dell’Estremo Oriente e del Pacifico, poiché un osso nel naso conferisce un’apparenza aggressiva.

Aztechi e Incas indossavano un anello d’oro al setto nasale come ornamento, la pratica continua al giorno d’oggi presso gli indiani Cuna dell’isola di Panama.

Uomini e donne Marubo, nel Brasile occidentale, hanno in uso la perforazione del setto nasale, facendovi passare attraverso alcune fila di perline. Ciò è considerato un mezzo per entrare in sintonia con la natura che li circonda.

Una differente forma di modificazione estetica è quella praticata dagli aborigeni australiani, che perforano il setto nasale con un lungo stecchetto così da appiattire il naso.

La tribù Bundi di Papua Nuova Guinea perforano il setto del naso come rito di passaggio all’età adulta da parte dei maschi.

L’unico luogo al mondo di cui storicamente si ha notizia che perforazione del setto nasale sia più diffusa tra le donne che tra gli uomini, è nell’area himalayana del Nord dell’India, del Nepal, del Tibet e del Bhutan. Alle donne in queste regioni viene spesso perforata la narice forata in giovane età, mentre il setto viene perforato durante il matrimonio a significare l’appartenenza al proprio sposo.

Il Piercing al Labbro

Così come la dilatazione dei lobi delle orecchie, anche il piercing al labbro ha origine nelle culture tribali dell’Africa e dell’America.

Nelle culture precolombiane, la perforazione del labbro era considerato uno status symbol e solamente gli uomini di alto rango potevano indossarlo. Nel Sud America tale tipo di piercing viene chiamato Tembetá.

Presso gli Yanomami si usa perforare il labbro inferiore, inserendovi dei bastoncini. Ciò permette ai giovani innamorati di scambiarsi messaggi erotici velati.

La perforazione del labbro nelle culture tribali africane, invece, è un’esclusiva femminile e il significato della pratica cambia da tribù a tribù. Ad esempio presso la tribù Dogon del Mali un anello al labbro viene portato per questioni spirituali; nella tribù Saras-Djinjas del Ciad il labbro della donna viene forato con il matrimonio, così da rappresentare un simbolo di assoggettamento al marito. Infine presso la tribù Makololo del Malawi il labbro delle donne viene perforato per un puro motivo estetico: pochi uomini Makololo andrebbero con una donna che non porta tale tipo di ornamento, considerandola innaturale.

Il Piercing alla Lingua

Presso gli Aztechi e i Maya, era in uso la pratica della perforazione rituale della lingua: la lingua veniva perforata con una spina di pesce e vi veniva passata attraverso una corda, così da versare sangue e indurre uno stato alterato di coscienza. Tale pratica permetteva al sacerdote di comunicare con le divinità: ferire un organo con cui comunicare, era visto come il sacrificio necessario perché questa trasformazione avvenisse.

I fachiri e i sufi islamici del Medioriente e i medium dell’Estremo Oriente, praticano la perforazione della lingua così da offrire una prova del loro stato di trance.

La ragione per cui gli sciamani degli aborigeni australiani praticano la perforazione della lingua ha una ragione curativa: ciò serve a permetter loro di «succhiare con la loro lingua la magia malvagia dal corpo dei loro pazienti».

A partire dall’inizio del XX secolo molti imbonitori di spettacoli da baraccone, presero in prestito dai fachiri le loro pratiche di perforazione della lingua introducendo i primi barlumi di piercing alla lingua agli spettatori americani ed europei.

Il Piercing al Capezzolo

Piercing al Capezzolo femminile
Hans Peter Duerr, nel suo libro Dreamtime, racconta come nel XIV secolo, presso la corte della regina Isabella di Baviera, fosse divenuta in uso la moda femminile della “grande scollatura”: le scollature degli abiti si erano abbassate tanto da scoprire l’ombelico. I seni così esposti, venivano talvolta decorati, i capezzoli venivano colorati con del rossetto, ornati con anelli tempestati di diamanti o piccoli cappucci, e talvolta forati passandovi attraverso delle catenelle d’oro.

Sembra che anche tra le signore inglesi di tarda epoca vittoriana (attorno agli anni novanta del XIX secolo) fossero divenuti di moda i cosiddetti bosom rings (“anelli da seno”). La pratica di perforazione dei capezzoli con applicazione di anelli o catenelle, avrebbe avuto lo scopo di aumentare la forma degli stessi, come rimedio contro il capezzolo introflesso, ma anche per puro scopo erotico. La pratica sarebbe stata effettuata da alcuni gioiellieri. Pare che un gioielliere di Bond Street affermasse di aver forato i capezzoli di 40 signore londinesi. Nel medesimo periodo pare la pratica fosse diffusa anche a Parigi con il nome di anneaux de sein (“anelli da seno”). Altre fonti si spingono ad affermare che tra le signore vittoriane, ad avere i capezzoli forati, ci fosse anche Lady Randolph Churchill, la madre del primo ministro britannico Winston Churchill.

Alcuni documenti di fine Ottocento attesterebbero le pratiche sopra descritte, tuttavia l’autenticità e la credibilità di tali fonti sono discusse. Tanto Hans Peter Duerr nel suo Dreamtime, quanto Stephen Kern in Anatomy and Destiny, si basano su informazioni provenienti da pubblicazioni di Eduard Fuchs, sulle quali sono stati mossi dubbi di autorevolezza e affidabilità.

Maggiormente dubbie sembrano essere poi le affermazioni apparse in un articolo tratto da un giornale medico e che attesterebbero l’uso della perforazione del capezzolo femminile anche nella Francia del Seicento, presso la corte del re Luigi XIV di Francia, così come accaduto tre secoli prima alla corte della regina Isabella di Baviera, sarebbe infatti divenuta di moda una scollatura tanto ampia da esporre i capezzoli. La moda, una volta attraversata la Manica, avrebbe trovato emuli tra le nobili inglesi che si sarebbero spinte anche a forare i capezzoli inserendovi degli anelli d’oro come ornamento.

La stessa fonte riferisce che il piercing al capezzolo sarebbe stato in uso anche nell’Africa sahariana, presso le donne delle tribù berbere cabile (abitanti la regione algerina della Cabilia). La pratica non solo non ha alcun riscontro documentale, ma risulta al quanto improbabile, visto il tipo di materiali di cui dispongono tali tribù che renderebbe assai difficoltosa la guarigione di un simile tipo di piercing. Tali pratiche si possono quindi considerare a livello di leggenda.

Completamente priva di alcuna fonte documentale è invece l’origine che attribuirebbe la pratica di una forma di piercing al capezzolo alla regina Cleopatra. Alcune fonti affermano che la regina Cleopatra avrebbe avuto il capezzolo sinistro introflesso e che per guarire da questa malformazione sarebbe ricorsa ad una forma di piercing, forando il capezzolo e inserendovi uno o più sassolini. Ugualmente priva di alcun supporto documentale è la leggenda che afferma che la pratica sarebbe stata in uso presso le donne della Roma antica al fine di ingrandire e abbellire il seno.

Da diverse fotografie di donne tatuate provenienti dalla Kobel Collection, si evince come invece la pratica fosse in uso nella prima metà del XX secolo, prima dell’avvento del moderno piercing. Ethel Granger, riconosciuta nel Guinness dei primati come la donna con la vita più stretta, dato l’utilizzo di corsetti al fine di ridurre il giro vita, durante gli anni venti e trenta, con l’aiuto del marito medico, aveva forato lobi, narici, setto e capezzoli, e successivamente aveva allargato i fori con l’inserimento di anelli di maggiore spessore. Charlotte Hoyer, una mangiatrice di spade tedesca degli anni quaranta/cinquanta, aveva svariati piercing, oltre alla lingua, aveva forati entrambi i capezzoli, le piccole e grandi labbra della vulva. Kathy, una celebre spogliarellista inglese degli anni sessanta, aveva entrambi i capezzoli forati ornati con vistosi pendent.

Piercing al Capezzolo maschile
Al di là della leggenda, screditata, che affermava essere in uso il piercing ai capezzoli tra i centurioni romani al seguito di Cesare, la letteratura relativa a tale pratica negli uomini è molto più povera rispetto a quella che riguarda la pratica di tale piercing tra le donne.

Dati certi a tal proposito si hanno sugli uomini Karankawa, una popolazione di nativi americani estinta che abitava il golfo del Nuovo Messico, che usavano dipingersi il corpo, tatuarsi e perforare il labbro inferiore e i capezzoli con piccoli pezzi di canna.

La pratica è inoltre attestata tra i marinai del XX secolo come rito di passaggio al passare di una determinata linea (dell’equatore, dei tropici o la linea internazionale del cambio di data) e varie immagini di marinai tatuati lo confermerebbero. Era inoltre praticata dagli artisti delle fiere, i cosiddetti sideshow, fachiri e uomini tatuati. Tra di essi probabilmente il più celebre artista è Rasmus Nielsen, il cui spettacolo consisteva nel sollevare una incudine appesa ai suoi piercing ai capezzoli.

Il Piercing all’Ombelico

Le notizie concernenti la pratica del piercing dell’ombelico nella storia sono per lo più infondate e basate sul mito creato da Doug Malloy nel suo pamphlet “Body & Genital Piercing in Brief”. Secondo Malloy, infatti, il piercing dell’ombelico sarebbe stato in uso nell’Antico Egitto come pratica riservata alle classi aristocratiche quale segno del loro status sociale, leggenda in seguito largamente ripresa e diffusa. Altre fonti attestano infatti che non c’è nessun documento che possa attestare la pratica del piercing all’ombelico nella storia dell’umanità.

Al giorno d’oggi il piercing all’ombelico è una delle forme di piercing più comuni. La cultura pop ha giocato un importante ruolo nella diffusione di questo tipo di piercing. Il piercing dell’ombelico ha infatti riscosso ampio interesse nella cultura mainstream da quando la modella Christy Turlington lo ha esibito in una sfilata londinese nel 1993. La diffusione di tale pratica deve comunque molto anche al videoclip degli Aerosmith Cryin’, sempre del 1993, nel quale l’attrice Alicia Silverstone si fa forare l’ombelico dal piercer Paul King. La facilità con cui è possibile nascondere questo tipo di piercing, anche durante il processo di guarigione, ha contribuito all’ampia diffusione della pratica.

Il Piercing ai Genitali

La perforazione dei genitali, assieme a quella della fronte, era in uso presso la cultura centroamericana olmeca (1500 a.C. circa) e nelle successive culture da essa influenzate.

Genitali femminili
Le donne dell’isola di Truk usavano perforarsi le labbra vaginali per inserirvi oggetti che tintinnavano mentre camminavano.

Nella letteratura specialistica, viene fatto spesso riferimento alla pratica, in uso presso le donne indiane di perforarsi sia le piccole che le grandi labbra.

Genitali maschili
Nelle Filippine era in uso il “bastone del pene”, e viene descritto fin dal 1590 nel Codice Boxer. Probabilmente si tratta dello stesso ornamento in uso nel Borneo, presso i Daiachi, e in tutta l’Oceania, noto con il nome di ampallang. Si tratta di una barretta di metallo che viene inserita nel glande dopo averlo perforato. Tale pratica ha uno scopo rituale quanto erotico: un uomo Daiachi non può sposarsi né avere rapporti sessuali con una donna senza aver prima praticato questa forma di modificazione genitale. Per le donne Daiachi infatti tale tipo di piercing procura maggiori stimolazioni di un pene che ne è privo. Presso il Sarawak Museum di Kuching, nel Borneo si trova una ricca documentazione di questa pratica, che parrebbe prendere ispirazione dal pene del rinoceronte bicorno di Sumatra e del Borneo, dotato naturalmente di un osso diagonale nel membro. I portatori di ampallang del Borneo, rendono pubblico questo tipo di modificazione con un piccolo tatuaggio sulla spalla.

Nel Kāma Sūtra viene menzionato il piercing chiamato Apadravya, che attraversa il glande longitudinalmente e che può essere di diverso materiale: oro, argento, ferro, ottone, avorio, corno, latta, piombo. Talune fonti considerano però l’Apadravya menzionato nel trattato di erotismo indiano non un piercing, bensì un dildo, un giocattolo erotico a forma di pene, o degli anelli da indossare esteriormente, sul pene.

La leggenda di Doug Malloy

Richard Simonton, organista, tecnico audio e imprenditore, introdotto nella comunità hollywoodiana (tra i suoi amici Groucho Marx, Laurence Olivier e Harold Lloyd, oltre al musicista Aram Khachaturian), negli ultimi anni di vita divenne un sostenitore della scena legata alle modificazioni corporee.

Con lo pseudonimo di Doug Malloy, adottato per mantenere l’anonimato – la sua famiglia era infatti totalmente all’oscuro del suo coinvolgimento nelle comunità underground e nello sviluppo del moderno piercing – pubblicò il libro Diary of a Piercing Freak, successivamente ristampato con il titolo The Art of Pierced Penises and Decorative Tattoos.

Simonton era in contatto con personalità della scena legata al body piercing quali il tatuatore londinese Alan Oversby (anche conosciuto come Mr. Sebastian), Roland Loomis (anche conosciuto come Fakir Musafar) e Jim Ward. Con quest’ultimo diede vita a quello che chiamò T&P Group (contrazione di Tattooing and Piercing Group), una associazione di appassionati di tatuaggio e piercing, localizzata inizialmente a Los Angeles.

Simonton è autore di una suggestiva “storia del piercing” (Body & Genital Piercing in Brief) che, grazie alla sua pubblicazione su ReSearch 12: Modern Primitives nel 1989, è divenuta col tempo l’unica fonte accreditata per tutte le “storie del piercing” presenti in Internet e pubblicazioni del settore.

La “storia del piercing” di Doug Malloy/Richard Simonton è tuttavia in buona parte frutto della sua fantasia, non avendo alcun supporto documentale, ed è dimostrato essere parzialmente priva di alcun fondamento: a mettere in dubbio l’autenticità di parte di quella storia sono state le ricerche svolte da Jim Ward che ne ha appurato l’infondatezza.

Origini del piercing nate dalla fantasia di Doug Malloy e screditate da Jim Ward, sono:

Il piercing al capezzolo presso i centurioni romani: secondo Doug Malloy nell’Antica Roma di epoca imperiale, presso i centurioni sarebbe stato in uso forarsi i capezzoli applicandovi un anello al fine di assicurarvi la tunica, come segno di virilità e coraggio. Questa affermazione non è né vera né probabile e Jim Ward stesso riferisce che Simonton la trasse vedendo alcune corazze romane sulle quali erano applicati degli anelli su cui veniva effettivamente fissata la tunica.
Il piercing all’ombelico presso gli antichi egizi: secondo Doug Malloy presso gli antichi Egizi sarebbe stato in uso perforare l’ombelico delle donne nobili come segno di regalità.
Il piercing al pene denominato Prince Albert: secondo Doug Malloy il principe Alberto, consorte della Regina Vittoria, avrebbe indossato questo tipo di piercing al fine di tenere scoperto il glande ed evitare odori sgradevoli all’olfatto di sua maestà. Questo tipo di piercing sarebbe inoltre servito a tenere fermo il pene, fissandolo con una catenella alla chiusura laterale dei pantaloni ottocenteschi.

Il Piercing Moderno

La rinascita del piercing moderno deve molto ai già citati Doug Malloy (Richard Simonton), Mr. Sebastian (Alan Oversby), Fakir Musafar (Roland Loomis) e Jim Ward. Si deve a loro l’impegno nella diffusione della pratica, nella realizzazione della gioielleria per piercing e nella definizione di metodi e tempi di guarigione per ogni singolo piercing.

Nel mondo occidentale, di fatto, la pratica ha iniziato a diffondersi in seno alla comunità del tatuaggio: spesso persone pesantemente tatuate hanno preso a forarsi anche lobi, narici, capezzoli e genitali. La pratica era inoltre inizialmente diffusa nei circoli BDSM, poiché parte dei rituali di tali pratiche erotiche, e nelle comunità gay leather statunitensi.

Successivamente il piercing ha iniziato ad essere praticato dalle sottoculture giovanili: tra i primi ad utilizzare la perforazione di lobi e narici, ci sono stati gli hippy, tra gli anni sessanta e settanta. A fine anni settanta, e negli anni ottanta, la pratica è poi divenuta di uso comune tra punk e goth. Tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, infine, soprattutto nell’area industrial, si sono diffusi anche piercing più estremi e intimi, come ombelico, capezzoli e genitali. Negli ultimi due decenni il piercing è uscito via via dall’underground per divenire pratica comune anche tra i giovani e tra musicisti, modelle, attori. Sono oggi molto comuni piercing a lobi, sopracciglio, narici, labbro, lingua, ombelico. Meno comuni, ma anch’esse non sono più pratiche da considerarsi ristrette alle sole culture underground o agli attori del cinema porno, sono i piercing a capezzoli e genitali.

Un’altra pratica che si è ampiamente diffusa è quella chiamata stretching. Consiste nel dilatare il foro inserendo dilatatori di maggiori dimensioni. Tale pratica viene comunemente applicata al piercing al lobo, ma può essere adottata anche per labbra, naso, guancia e altri tipi di piercing. Esistono varie tipologie di dilatatori, i più utilizzati sono i tapers (coni), i plugs e tunnels.

Nella società contemporanea è relativamente comune tra i giovani l’utilizzo del piercing al labbro come rito di passaggio. In uno studio sui giovani israeliani risulta che:

il 4,3% ha, o ha avuto, dei piercing (esclusi lobi, labbra o cavità orale);
il 5,7% ha, o ha avuto, piercing al labbro;
il 6,2% ha, o ha avuto, tatuaggi;
il 15,7% ha o ha avuto piercing nella cavità orale.

Tipologie di Piercing

Ogni zona del corpo comprende svariate tipologie di piercing, ognuna delle quali viene classificata con un preciso termine. Esse comprendono:

  • Sopracciglia
  • Naso
  • Bocca (guancia, labbro, lingua)
  • Orecchio
  • Capezzoli
  • Ombelico
  • Genitali femminili (cappuccio del clitoride, clitoride, piccole e grandi labbra, ecc.)
  • Genitali maschili (glande, frenulo, prepuzio e scroto)
  • Ano (molto raramente)
  • Superficie cutanea

Gioielleria per Piercing

La gioielleria per piercing è costruita con materiali biocompatibili e inalterabili nel tempo e con forme tali da agevolare la guarigione ed essere confortevoli nell’inserimento e nell’uso quotidiano.

Tipi di Gioielli per Piercing

I tipi di gioielleria per piercing sono:

  • Ball closure ring, anche detto captive bead ring: anello chiuso da una pallina, frequentemente utilizzato per il piercing del lobo, del setto nasale, del capezzolo e ai genitali.
  • Barbell o straight barbell: barretta con due palline di bloccaggio alle estremità di varie lunghezze, utilizzata frequentemente nel piercing ai capezzoli, nel piercing all’orecchio che porta il nome industrial. Da questo tipo di gioiello derivano:
    • D-Ring: barretta a cui è aggiunto un segmento a forma di “D” inito alla barretta tramite degli occhielli, normalmente utilizzata per il piercing del capezzolo;
    • Nipple Shield: gioiello di varie fogge, circolare, che circonda la base del capezzolo, fermato da una barretta.
  • Curved barbell o bananabell: specifica barretta curva, utilizzata per il piercing all’ombelico.
  • Circular barbell: anello aperto, con le estremità chiuse da due palline, utilizzato in alternativa al captive bead ring.
  • Labret stud: utilizzata nei piercing facciali è una baretta con a una estremità terminale piatto per consentire di non irritare le gengive.
  • Segment ring: anello similare al ball closure ring chiuso, anziché da una pallina, da un segmento circolare che conferisce l’aspetto di un anello circolare.
  • Surface bar: baretta con angoli ripiegati ad angolo retto che viene utilizzata nei piercing superficiali.
  • Plug e flesh tunnel: grossi gioielli che vengono applicati in conseguenza alla pratica dello stretching:
    • Plug: gioielli pieni che possono avere svariate forme, anche a chiocciola, così da consentire l’allargamento del foro;
    • Flesh tunnel: gioielli internamente vuoti, rappresentati normalmente da un segmento della stessa misura del foro chiuso all’estremità da due occhielli.

Materiali per Gioielli da Piercing

I materiali più comunemente usati per la realizzazione della gioiellerie per piercing sono l’acciaio chirurgico o il titanio, quest’ultimo più resistente e leggero rispetto all’acciaio e con minori rischi di allergia. Altri materiali sono: corno, ematite, legno, niobio, oro, osso, pietra, resine acriliche, silicone, teflon, vetro.

Attrezzatura da Piercer

Gli strumenti necessari per effettuare una giusta perforazione sono diversi a causa delle diversità della cute e parti interessate da perforare.

Ogni perforazione necessita di un giusto strumento, il quale fin dai tempi antichi era uno stecchetto preferibilmente in materiale adeguale spesso in metallo, acciaio o addirittura denti o corna di animali per espansioni del foro.

Nei tempi moderni venne utilizzato inizialmente un ago per quanto riguardava i piercing più complicati, per il lobo invece è stata progettata una macchina a pistola, in modo da effettuare la perforazione veloce ma non consigliato per la guarigione.

È preferibile utilizzare delle pinze nell’ausilio di fermare la parte interessata inserendo l’ago di dimensioni maggiori del piercing adeguato alla zona trattata.

Aspetti medici

Uno degli aspetti tipici che si affrontano nel parlare di questa pratica sono le condizioni igieniche nelle quali operarla e le accortezze indispensabili a evitare la contrazione di malattie e infezioni. Infatti per ridurre al minimo i rischi vanno sempre utilizzati esclusivamente strumenti e gioielleria sterilizzati.

A chi utilizza una protesi valvolare la pratica del piercing, oltre a causare infezioni, potrebbe portare a disturbi visivi di vario genere.

Le zone più delicate dove fare il piercing sono genitali e superfici cutanee eccessivamente lisce (i cosiddetti surface). Un’eventuale infezione, causa la penetrazione di batteri infettivi nel corpo, potrebbe compromettere l’attività di cuore, reni e fegato. Una malattia molto pericolosa che si può contrarre tramite il piercing in condizioni igieniche non idonee è l’epatite, se gli strumenti non sono correttamente sterilizzati.

Alcuni piercing sono sospetti di provocare, a lungo andare, danni lievi o gravi all’organismo. È stato messo sotto accusa il piercing alla lingua (Tongue), che secondo alcune ricerche dell’Università di Buffalo, provocherebbe deformazioni e danni ai denti, infezioni e ascessi a denti e bocca.

La maggior parte dei piercing non provocano forte dolore al momento della foratura (ma varia ovviamente dalla sensibilità personale nei confronti del dolore) bensì è il periodo di guarigione, come ad esempio nel caso del tongue, a provocare fastidi e gonfiori nei giorni successivi.

Motivi sociali e antropologici

Le motivazioni che spingono a sottoporsi alla pratica del piercing possono essere le più disparate. Molte persone vi si sottopongono per un puro fattore estetico, per marcare una appartenenza ad un gruppo sociale, etnico, religioso o ad una sottocultura.

Nelle sue prime fasi di diffusione, fino agli anni ottanta, la pratica del piercing era strettamente legata alla pratica del tatuaggio: le persone con ampi tatuaggi, ricorrevano spesso anche a pratiche di body piercing allora insolite.

Uno dei fattori che ha contribuito in grande misura alla diffusione del revival moderno del piercing è rappresentato dallo stimolo erotico: i piercing praticati su zone erogene – capezzoli o genitali – una volta guariti, rappresentano un continuo stimolo e aumentano la sensibilità della zona. Il piercing del capezzolo, in particolare, viene talvolta praticato successivamente ad una operazione plastica al seno, in seguito alla quale la sensibilità del capezzolo può diminuire. Il piercing del cappuccio del clitoride, viene spesso praticato per simili ragioni, e non è infrequente presso le attrici del cinema hard. Anche il tongue piercing ha trovato diffusione poiché considerato stimolante sia durante i baci, sia durante il rapporto orale.

Sempre legato all’ambito delle pratiche erotiche, il revival del piercing moderno ha trovato ampio uso nella sottocultura del BDSM, presso cui oltre a rappresentare un forte stimolo erotico, sia come piercing permanente che temporaneo, ha anche una valenza di “sottomissione” al partner da parte dello slave nei confronti del master.

Influenze culturali

Il Piercing nella Letteratura
La protagonista del romanzo di Pauline Réage Histoire d’O, pubblicato nel 1954, viene sottoposta al piercing alle grandi labbra della vulva come parte del suo processo di sottomissione sadomasochista.
Nel romanzo di Almudena Grandes, Le età di Lulù del 1989, quando la protagonista viene condotta al locale Encarna, dove avrà le sue prime esperienze sadomasochiste, incontra una donna con capezzoli forati da anelli d’argento.

Il Piercing nel Cinema
Nel film Histoire d’O del 1975 diretto da Just Jaeckin, e tratto dal romanzo omonimo di Pauline Réage, la protagonista viene sottoposta al piercing alle grandi labbra.
Il film giapponese del 1983 di genere pinku eiga, Chikubi ni piasu o shita onna (letteralmente “La donna con i capezzoli forati”), diretto da Shōgorō Nishimura, è incentrato sul tema del piercing ai capezzoli: la protagonista, interpretata dall’attrice Kate Asabuki, si sottopone al piercing dei capezzoli come rituale di sottomissione sadomasochista.
Il regista statunitense Richard Kern dedica alla pratica del piercing al capezzolo il cortometraggio Pierce del 1990: il filmato documenta il procedimento del piercing al capezzolo della protagonista, Audrey Rose.
Nel film Le età di Lulù del 1990, quando la protagonista viene condotta nel locale dove ha esperienze sadomasochiste, incontra una donna che, a differenza del romanzo dove mostra degli anelli d’argento ai capezzoli, ha svariati piercing genitali.
Nel film Il silenzio degli innocenti (The Silence of the Lambs) del 1991 diretto da Jonathan Demme, il serial killer porta un piercing al capezzolo.
Nel film statunitense del 1994 Pulp Fiction, diretto da Quentin Tarantino, la moglie dello spacciatore Lance (Eric Stoltz), Jody (Rosanna Arquette), disquisisce a lungo della pratica del piercing e dei suoi pregi, dichiarando di avere svariati body piercing in 18 parti del corpo, tra cui: cinque in ogni orecchio, uno nel capezzolo sinistro, due nella narice destra, uno nel sopracciglio sinistro, uno nell’ombelico, uno nel labbro e uno nella clitoride.
Nel film Butterfly kiss – Il bacio della farfalla del 1995 diretto da Michael Winterbottom, la protagonista Eunice (Amanda Plummer), indossa piercing ad entrambi i capezzoli uniti da varie catene. La pratica ha il ruolo di una sorta di autopunizione che la protagonista del film si autoinfligge.
Nel film Thirteen – 13 anni, diretto da Catherine Hardwicke nel 2003, la protagonista Tracy Louise Freeland (Evan Rachel Wood) e la sua amica Evie Zamora (Nikki Reed), si sottopongono ad alcuni piercing (lingua, ombelico). La pratica assume quasi il ruolo di una sorta di passaggio rituale dall’infanzia all’adolescenza.
Nel film del 2011 diretto da David Fincher Millennium – Uomini che odiano le donne, il personaggio di Lisbeth Salander indossa svariati piercing. Per interpretare la parte, l’attrice Rooney Mara si è realmente sottoposta alla pratica dei vari piercing compresi quattro fori in ciascun lobo e in sopracciglio, narice, labbro e capezzoli. L’attrice ha dichiarato di aver deciso di sottoporsi alla pratica per poter entrare maggiormente nel personaggio, pur non avendo mai avuto precedentemente alcun tipo piercing, e che questo era “necessario” dal momento che il personaggio nel libro li aveva e che la sua parte prevedeva varie scene di nudo. Ha poi rimosso tutti i piercing una volta terminata la lavorazione del film, dichiarando di averne tenuto solamente uno.

Il Piercing nella Televisione
Nella serie televisiva animata statunitense Drawn Together (2004-2007), il personaggio di Xandir P. Wifflebottom, indossa piercing ai capezzoli. Inoltre l’intero decimo episodio della terza stagione, Il capezzolo radiotemporale di Hero (Nipple Ring Ring Goes to Foster Care) è dedicato a questa pratica.
Nel primo episodio Il serpente rosso della serie televisiva statunitense Spartacus – Sangue e Sabbia del 2010, durante la scena dell’orgia nella villa romana, è possibile vedere una donna indossare i piercing ai capezzoli. Probabilmente questa scelta è frutto della leggenda introdotta da Doug Malloy che la pratica fosse in uso ai tempi degli antichi romani.